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Il vino in Sicilia tra storia e tradizione

A cura di Antonino Frenda

Premessa

Ricostruire l'universo materiale e simbolico della millenaria cultura della vite e del vino in Sicilia significa necessariamente attraversare uno degli aspetti maggiormente significativi della Sicilia e del Mediterraneo. La storia della vite, pianta di civiltà, può vantare insieme al grano sedimentazioni e stratificazioni storiche di lunga durata che i dati archeologici e storico-antropologici, sino agli attuali interessi di sviluppo turistico-culturale del territorio, continuano ancora oggi a riconfermare quale straordinaria testimonianza di scambi e culture avvicendatesi nel corso dei secoli. La viticoltura è dunque da intendersi al contempo quale patrimonio alimentare e culturale pervenutoci in innumerevoli espressioni letterarie, storico-monumentali e della vita tradizionale dell'Isola, nonostante le profonde mutazioni strutturali, storico-ambientali e produttive. In questa scheda informativa si terrà sinteticamente conto, data l'enorme documentazione al riguardo, di alcuni aspetti relativi alle testimonianze storiche ed etnoantropologiche con largo riferimento ai momenti salienti della storia del vino in Sicilia sino alle sue espressioni popolari tradizionali legate al rito e alla festa.

Note storiche sul vino in Sicilia

Alcuni ritrovamenti relativi alla cultura di Thapsos (Sicilia orientale) nella media età del bronzo hanno fatto pensare a un consumo di vino in Sicilia prevalentemente connesso ai rapporti con la cultura egeo-micenea. Questi interessanti rinvenimenti hanno confermato che le origini della parola vino sono da ricondurre al miceneo wo-no (gr. oinos; lat. vinum;). In ogni caso, la produzione, gli scambi e il consumo di prodotti vitivinicoli hanno trovato grandissima diffusione con i Fenici, dati i ritrovamenti di numerose anfore vinarie presso in Mozia, Lilibeo (oggi Marsala) e agli scambi commerciali intrapresi con le colonie greche. In merito ai Greci in Sicilia (VIII - III sec. A.C.) possiamo indubbiamente affermare come la viticoltura siciliana abbia raggiunto in questa fase un notevole livello di sviluppo attestata dalle pratiche sociali e rituali introdotte dai simposi e dalle feste dionisiache, come attestano i motivi iconografici dei crateri e delle coppe. A tal proposito, le fonti mitografiche antiche affermano come la nascita e il culto di Dioniso abbiano avuto origine in Sicilia. Diodoro Siculo riporta la tradizione mitica che vuole Dioniso concepito in una grotta dall'unione di Zeus e di Persefone: questo dato risulta interessante in quanto mette in connessione Dioniso con i culti delle grandi divinità femminili della Sicilia antica quali Demetra e Kore, molto venerate a Siracusa e Agrigento. Con la dominazione romana (III sec. A.C. - VI sec. D.C.) la viticultura e i vini siciliani vennero tenuti in grande considerazione: basti pensare alle produzioni di vini quali il mamertinum o il tauromenitanum: i centri vinicoli più importanti furono Nasso, Contessa Etellina, Lipari e la piana etnea. Con la caduta dell'impero romano e il susseguirsi di popoli e dominazioni, le vicende della viticoltura siciliana conobbero fasi alterne: dopo la lunga stasi della dominazione araba (827-1061) dove, nonostante i divieti coranici, numerosi poeti arabi cantarono le lodi e le gioie del vino siciliano, è poi a partire dai Normanni e Svevi (XI - XIII sec.) che si registrano, nonostante un generale impoverimento del paesaggio vitivinicolo, attestazioni di atti notarili relativi alla compravendita di vigneti nei territori di Erice e Palermo. Con gli Aragonesi nella prima metà del XIV sec. nascono le prime maestranze dei bottai  e dei vigneri di Catania. Agli inizi del Cinquecento, lo spopolamento delle campagne non impedì la fondazione di nuovi paesi voluta dai baroni che rilanciarono così lo sfruttamento intensivo di vitigni rinomati come le produzioni vinarie di Carini, Bagheria, e Lipari, creando le basi per la prima storia dei vini siciliani: Antonio Bacci, autore del naturali vinum historia (1596) riporta in auge il mamertino e altri vini siciliani cantati nell'antichità, unitamente alla stesura di elenchi di nuove produzioni vitivinicole.

La svolta della viticoltura siciliana. Dall'Unità d'Italia al Novecento

Dal punto di vista delle trasformazioni politiche e socio-economiche in merito alla produzione e allo status simbolico del vino e della viticoltura siciliana, il periodo dell'Unità d'Italia e le vicende dei Mille in Sicilia in particolare segnano una svolta per certi aspetti epocale: dopo la rinascita, alla fine del Settecento, della viticoltura siciliana legata sostanzialmente al vino "marsala" dei Woodhouse e di Ingham, toccherà a Vincenzo Florio raccogliere l'eredità inglese e accompagnare la viticoltura siciliana dal periodo pre a quello post-unitario. Lo sbarco dei Mille a Marsala (1860) e il legame di questo con il vino si inseriscono proprio in una congiuntura storica. Come emerge da un documento rinvenuto nell'Archivio Casa Vino Rallo di Marsala (oggi rinomata azienda enoturistica), Diego Rallo, scrivendo ad un amico, intuì per primo il legame tra la produzione vinaria e lo sbarco garibaldino in Sicilia: fu proprio il "marsala" gustato da Garibaldi allo stabilimento Florio ad essere intitolato Garibaldi dolce e successivamente Marsala Garibaldi. Si può dunque affermare che la produzione vinaria siciliana, tra la fine del Settecento e la seconda metà dell'Ottocento, non solo si pose all'avanguardia nel settore enologico, ma pose le basi di profondi mutamenti storici. Ma il periodo post-unitario, il fallimento delle aspettative autonomiste e l'epidemia fillosserica che distrusse gran parte dei vigneti siciliani segnarono un profondo decadimento della viticoltura dell'Isola almeno sino agli inizi del Novecento, quando un massiccio intervento del governo, protrattosi anche dopo la seconda guerra mondiale introdusse nuovi vitigni e ricostruì gran parte del paesaggio vitivinicolo siciliano.

Vino e cultura tradizionale in Sicilia

La storia del vino in Sicilia non è stata solo ed esclusivamente "la" storia dei ceti dominanti. Le pratiche,i saperi, i simboli del vino appartengono anche ad una storia "sotterranea", per usare una felice espressione di Fernand Braudel. La cultura popolare tradizionale siciliana infatti ha espresso un atteggiamento ambivalente nei confronti della vite e della vendemmia: essa infatti viene rappresentata quale momento critico del ciclo lavorativo agrario opposto a quello del grano, ma anche momento dove si suggellavano patti si rinsaldavano alleanze e dove si ricorreva sovente a pratiche di tipo magico-religioso o comunque fortemente ritualizzate. Come ricorda Antonino Buttitta, il vino, in quanto sottoposto a un processo di fermentazione, subiva una sorte analoga ad altri numi della vegetazione legati al complesso mitico rituale di passaggio dalla vita alla morte: il succo vivo dell'uva ucciso dalla fermentazione si rigenerava dotato di un potere che trasportava coloro che lo bevevano in una dimensione "altra". L'intreccio indissolubile dunque tra rito e vendemmia va rilevato in una serie di contesti ancora osservabili in Sicilia. Singolare, in questo senso, come le pratiche di vendemmia venissero accompagnate da strumenti musicali sino ad un recente passato: tra i più diffusi segnaliamo a brogna (tromba di conchiglia), u tamurreddu (tamburello), il flauto di canna e ciaramedda (zampogna). Riguardo all'uso di questo strumento va ricordato come a San Filippo Superiore, in provincia di Messina, fino agli anni Sessanta, il trasporto dell'uva dalla vite ai palmenti era guidato da un corteo di cufinara (vendemmiatori) con alla testa un ciaramiddraru (suonatore di zampogna) il quale scandiva il faticoso percorso con canti e balli tradizionali. Questo contesto fortemente ritualizzato confluisce ancora oggi in alcune occasioni festive: il legame tra vendemmia e culto dei Santi in Sicilia trova infatti un'emblematica conferma in numerose celebrazioni. A questo proposito, oltre al consumo rituale di vino per le feste dell'Immacolata, San Giuseppe ed altre festività tradizionali, va ricordata la festa di San Vito a Condrò, località nei pressi di Milazzo (ME). Nel piccolo centro messinese, la seconda domenica di luglio il fercolo, ornato da lussureggianti grappoli di nera uva, viene fatto danzare dai fedeli vorticosamente per le strade del paese. Ancora uva e vino sono osservabili nelle feste di San Calogero nell'agrigentino a Favara e Castel Termini o a Campo Franco nel nisseno, dove il Santo portato in processione viene festeggiato con robuste bevute.

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